Michele Abiusi – L’ottavo comandamento, come i due precedenti, è un imperativo: “Non rubare” (Esodo 20:15). Dopo aver messo in guardia contro l’adulterio, che potrebbe essere considerato come il rubare la donna di un altro, il decalogo continua nell’affermare rispetto per ciò che non ci appartiene e lo fa dicendo semplicemente e categoricamente “non rubare”. Nei primi sette comandamenti viene disciplinato il rispetto per Dio, per la famiglia e per chiunque. L’ottava “parola” protegge la proprietà individuale o familiare.

È interessante notare che alcune leggi scritte da Mosè prevedevano per l’anno del giubileo, che ricorreva ogni 50 anni, il ritorno di tutte le proprietà vendute, o espropriate, al possessore originale. Queste norme dovevano evitare la concentrazione di beni nelle mani di poche persone e l’impoverimento degli altri. Era uno strumento legale contro la creazione dei “latifondi” che hanno scatenato guerre e rivoluzioni un po’ ovunque nella storia del nostro pianeta.

“Non rubare” significa molto più di non appropriarsi in modo criminale di ciò che appartiene ad altri. È un’accusa contro coloro che nell’apparente legalità spogliano, senza pietà, chi si trova in una situazione critica. È un imperativo contro coloro che, senza infrangere le leggi, privano del lavoro chi ne ha bisogno o sfruttano i lavoratori con salari inadeguati.

Parlando delle ingiustizie sociali del suo tempo, l’apostolo Giacomo scrive: “E ora a voi ricchi: piangete e urlate per le sciagure che stanno per cadervi addosso. Le vostre ricchezze sono marcite e i vostri vestiti sono rosi dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono arrugginiti, e la loro ruggine sarà una testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco; avete accumulato tesori negli ultimi giorni. Ecco, il salario da voi defraudato agli operai che hanno mietuto i vostri campi grida, e le grida di coloro che hanno mietuto sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti. Sulla terra siete vissuti nelle delizie e morbidezze, avete pasciuto i vostri cuori come per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto, che non vi oppone resistenza” (Gm 5:1-6).

Due mila anni fa Giacomo scriveva di sfruttamento dei lavoratori, di frodi salariali, di ricchi che vivevano nel lusso e di poveri condannati ingiustamente… Venti secoli di cristianesimo sono trascorsi, ma pare che non abbiamo ancora compreso il messaggio sociale di Gesù. Quante rivoluzioni sono scoppiate e milioni di persone hanno pagato con la vita il rifiuto sistematico della società cristiana di vivere il messaggio di Cristo.

“Non rubare” significa distribuire saggiamente i capitali e le ricchezze perché tutti possano avere le stesse possibilità. “Non rubare” è un’accusa alle grandi nazioni che depredano i Paesi del terzo mondo delle loro ricchezze naturali, barattandole con armi e mantenendoli nella dipendenza economica con debiti infiniti. Quante guerre e quante ingiustizie avremmo potuto evitare se avessimo applicato i principi cristiani nelle relazioni con i Paesi più poveri…

Quante persone, non potendo permettersi di pagare un avvocato “di grido”, sono destinate ad essere “derubate” della loro libertà a causa di condanne discutibili…  Si può rubare nella legalità togliendo a una sola persona il diritto di vivere, lavorare, studiare, mangiare, curarsi, pensare o conoscere. È vero, e la storia lo testimonia, si può derubare l’altro anche della conoscenza non permettendogli di accedere allo studio.

Essendo appassionato della Parola di Dio, credo che ogni essere umano abbia il diritto di avere e di leggere la Scrittura. Dio ha ispirato profeti e apostoli perché tramandassero la sua volontà all’uomo di tutti i tempi. La Bibbia è un tesoro incalcolabile. Le numerose tragedie e ingiustizie commesse dagli stessi cristiani sono avvenute anche a causa dell’ignoranza del messaggio di Gesù.

Sono sicuro che privare anche un solo credente della possibilità di leggere la Scrittura è trasgredire il comandamento che dice: “Non rubare”. Purtroppo, durante molti secoli i cristiani sono stati derubati della Bibbia. La chiesa che doveva farla conoscere e divulgarne i principi, l’aveva tenuta nascosta, proibendone la lettura.

Finalmente la Bibbia non è più un libro raro e proibito, e si trova nella maggior parte delle case. Eppure, ancora oggi questo libro sacro non è letto se non da pochi. Esiste un’ignoranza generalizzata della Parola di Dio che permette il mantenimento di una religiosità popolare intrisa di superstizioni e di magie.

Pare sia difficile, dopo tanto tempo di ignoranza e di dipendenza dal potere costituito, riappropriarsi della libertà di leggere la Bibbia, di recuperare il diritto alla conoscenza, alla riflessione e alla responsabilità personale.

Il re Davide scrisse, nel Salmo 119, che la Parola di Dio è “una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero” (v. 105). Abbiamo ancora bisogno di luce, e incoraggio a cercarla recuperando il tempo perduto. Scopriremo tante meraviglie, ve lo assicuro!

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